Sergio RamelliRiportiamo parte del v° capitolo del libro "Sergio Ramelli una storia che fa ancora paura" con un sentito ringraziamento a Guido che ci ha concesso gentilmente l'autorizzazione
Una storia che fa ancora paura
CAPITOLO V
Fu guerra civile
Li hanno chiamati "anni di spranga", poi sono diventati "anni di piombo", ma pochi hanno avuto il coraggio di chiamare quel periodo con il suo vero nome: guerra civile.
"Milano era come Belfast – ha più volte ricordato l’onorevole Ignazio La Russa – c’era la guerra civile, ma non tutti lo sapevano". Era infatti una guerra combattuta all'interno di una quotidianità sfacciata, sgusciando tra le leggi di uno Stato che aveva tutto il potere e la forza necessari per farla cessare... se avesse voluto. Come fece, infatti, quando il terrorismo delle Brigate Rosse sfuggì al suo controllo e incominciò a colpire gli uomini del regime.
Ma non si sarebbe mai arrivati al terrorismo se polizia e magistratura avessero fatto il loro dovere già nei primi anni Settanta. Accadde invece che una classe politica tanto astuta quanto vile legò le mani alle Forze dell'Ordine, mentre una magistratura già fortemente compenetrata dalla sinistra si lasciò intimidire o deviare, chiudendo volontariamente non uno, ma entrambi gli occhi, di fronte a quanto accadeva.
Se ci si indigna ancora perché, dopo ormai quasi trent'anni, non si è riusciti a far luce praticamente su nessuna delle grandi stragi che hanno insanguinato il Paese, ancora meno attenuanti ci sono per non aver cercato, scoperto, perseguito e punito gli esecutori materiali di tanti agguati omicidi.
Come abbiamo visto, agli assassini di Sergio Ramelli si arrivò praticamente "per caso", grazie ai racconti di qualche pentito e solo dieci anni dopo il delitto. Ma se fossero state fatte subito adeguate indagini, pochi interrogatori e qualche perquisizione, i colpevoli sarebbero stati scoperti nel giro di pochi giorni, come beffardamente ha dichiarato, durante il processo, Giovanni Di Domenico, definendo "un segreto di Pulcinella" le responsabilità del servizio d'ordine di Avanguardia Operaia.
Se ciò fosse stato fatto sarebbero stati evitati molti altri lutti. Al contrario l'atteggiamento apatico e vile del potere appare oggi come un sostanziale atto di complicità, che diede all'estremismo di sinistra la certezza dell'impunità. E fu così che lo scontro si fece ogni giorno più duro e la guerra civile divenne una realtà vissuta quotidianamente, pur nell'apparente "normalità". E come ogni guerra anche questa ebbe il suo bilancio di morti e di feriti, anche se pochi sanno davvero quanti furono.
UN BILANCIO AGGHIACCIANTE
Per dimostrare, quindi, che non si trattò solamente di episodi marginali, ma di un atroce scontro generazionale, bisogna ricorrere alle cifre pubblicate dal "Corriere della sera" del 28 gennaio 1988 sulla base di dati ufficiali resi noti dal Ministero dell'Interno. E queste cifre sono terribili.
Nei quindici anni che vanno dal 1969 al 1984 gli attentati (di qualsiasi natura o entità) sono stati 14.495 di cui 343 con morti e feriti. Pauroso il conto delle vittime accertate in quei 15 anni: 394 morti e 1.033 feriti…
Perché diciamo "vittime accertate"? Perché il bilancio ufficiale non tiene conto di decine e decine di morti non attribuite direttamente ad episodi di violenza. E' il caso, per esempio, di Bruno Giudici, padre di Enzo, militante del Fronte del gioventù. E' il 3 aprile 1977 e sta mangiando una pizza con il figlio, nel popolare quartiere Talenti di Roma, quando una dozzina di estremisti di sinistra fa irruzione per aggredire il ragazzo. Inutilmente il padre cerca di opporsi al pestaggio, rimanendo anch'egli colpito. Quando gli aggressori fuggono il figlio è a terra pesto e sanguinante. Il padre lo aiuta a tornare a casa, ma pochi minuti dopo viene colto da malore e muore. Il referto parla di collasso cardiocircolatorio, il che lo esclude dalla lista ufficiale delle vittime della guerra civile degli anni Settanta, tuttavia...
E’ anche il caso di un ragazzo inglese di sedici anni, Peter Walker. Studia al Liceo Corridoni di Milano e, un giorno che è in corso il solito sciopero con annesso corteo di studenti e operai, si presta volentieri a dare un passaggio in motorino a uno dei "capetti" del Movimento Studentesco della sua scuola, di nome Sironi. Mentre risale il corteo, Peter non si accorge che Sironi sta facendo ampi gesti all’indirizzo dei mazzieri del servizio d’ordine, lo sente però gridare: "E’ lui. E’ fascista". Neanche il tempo di pensare e già Peter è sotto i colpi delle spranghe. Solo l’intervento di alcuni operai riesce a sottrarlo alla furia del servizio d’ordine di Capanna prima che sia troppo tardi. Ricoverato in ospedale gli viene riscontrato un trauma cranico ma il ragazzo, poco dopo, fa ritorno a casa. Fin qui sarebbe solo una storia di ordinaria violenza e di stupida vigliaccheria – ingredienti entrambi comuni in quegli anni – sennonché, qualche giorno dopo, Peter, mentre segue in motorino l’ambulanza che porta in Ospedale sua madre sofferente, ha un "giramento di testa", un improvviso malore. Cade a terra e muore...
Sono solo due dei molti casi di vittime "non accertate", la cui morte non può essere "direttamente" ricondotta ad un attentato o ad un’aggressione. Ad esse vanno anche aggiunti quanti persero la vita pochi mesi o pochi anni dopo aver subìto gravissime lesioni o chi, come il padre di Francesco Ciavatta, si suicidò non sopportando il dolore per la perdita del figlio. Tutte vittime che sfuggono alle statistiche, ma che sono egualmente riconducibili al clima di violenza di quegli anni.
Ma se per la maggior parte di queste storie è praticamente impossibile trovare riscontri sulla stampa, per il caso di Bruno Giudici abbiamo invece rinvenuto un accorato commento apparso il giorno dopo su "l’Osservatore romano" che scrive: "E' un fatto di crudeltà inumana, di una violenza vile e cieca che non si è fermata dinanzi al padre che si esponeva per la sua creatura. Nessuna umanità, cuori fatti di pietra". Parole forti e coraggiose che ben definiscono l'estremismo comunista; un duro monito che, purtroppo, non sortì alcun effetto.
LA STRAGE DEGLI INNOCENTI
Tornando alle nostre terribili cifre diciamo subito che il bilancio più grave è stato quello determinato dalle otto grandi stragi che complessivamente hanno causato la morte di 151 persone e il ferimento di altre 693. Ricordiamole: 1969, piazza Fontana a Milano (17 morti); 1970, treno a Gioia Tauro (6); 1972, Peteano (3); 1973, Questura di Milano (4); 1974, piazza della Loggia a Brescia (8) e treno Italicus (12); 1980, stazione di Bologna (85); 1984, rapido 904 (16).
Come purtroppo ben si sa, solo per gli attentati di Peteano e della Questura di Milano sono stati arrestati e condannati gli esecutori materiali. Per le altre stragi si è arrivati quasi sempre a sentenze incomplete, contraddittorie o palesemente paradossali; si pensi all’assurdo degli ormai otto processi per piazza Fontana o alla vergognosa sentenza per Bologna. Rimane così il lecito dubbio, che è ormai un’opinione condivisa da molti, che questi attentati siano state voluti, organizzati o comunque "coperti" da apparati dello Stato proprio per fomentare quel clima di tensione che consentiva alle forze politiche di centro e di sinistra di governare insieme in nome della "solidarietà nazionale".
Tuttavia, se le stragi hanno il triste record dei morti, l'estremismo di sinistra non è certo da meno. Dal 1969 al 1984 i variegati gruppi comunisti hanno massacrato niente meno che 149 persone. I morti causati dall'estremismo di destra sono stati invece 26. Ci sono anche 50 italiani rimasti vittime del terrorismo internazionale (soprattutto di quello palestinese). Rimangono infine 18 vittime "non attribuibili con certezza": una definizione generica dietro cui si nascono – come spesso avvenuto anche nell’immediato dopoguerra – casi insoluti o misteriose vendette.
DUE PESI E DUE MISURE
Già dalla pura e semplice analisi delle cifre delle vittime, che abbiamo appena fatto, risulta palese lo squilibrio delle forze in campo. Ma è necessario, per amore di verità e di storia, fare anche altre distinzioni, meno fredde e crude di quelle statistiche.
Non intendiamo, sia chiaro, fare differenze tra i morti, ma porre alcuni distinguo. Primo fra tutti quello forse più banale, eppure sostanziale, tra chi aggredisce e chi, invece, subisce l'aggressione.
Analizzando le cronache di quegli anni di guerra civile, scopriamo infatti che la maggior parte dei militanti di sinistra che hanno tragicamente perso la vita, sono stati colpiti (dalle forze dell'ordine o da militanti di destra) nel corso di scontri di piazza o mentre, insieme ad altri compagni, stavano perpetrando aggressioni: in entrambi i casi essendo dunque "parte attiva" di un’azione in armi e non subendo passivamente una proditoria imboscata.
E' il caso, a Milano, di Saverio Saltarelli ucciso il 12 aprile 1970 durante scontri con la polizia. Alla stessa maniera, il 23 gennaio 1973, davanti all’Università Bocconi, viene colpito dalla polizia Roberto Franceschi. Il 16 aprile 1975 (come già ricordato) viene invece ucciso Claudio Varalli, raggiunto da un colpo di pistola sparato da un giovane di destra aggredito, a colpi di chiavi inglesi, dal gruppo di cui Varalli faceva parte. Il giorno dopo, Gianni Zibecchi muore investito da un camion dei Carabinieri, che correva sotto una fitta sassaiola, durante i durissimi scontri intorno alla sede del MSI. Ed è anche il caso, a Roma, di Walter Rossi, ucciso dopo un assalto alla sezione del MSI di viale delle Medaglie d'Oro.
Tuttavia, seppure in numero decisamente minore, ci sono stati anche agguati e vili aggressioni perpetrate da estremisti di destra. Di una di queste rimase vittima Alberto Brasili, accoltellato nei pressi di piazza San Babila, a Milano, il 25 maggio 1975. I suoi aggressori furono immediatamente identificati e arrestati. L’autore del delitto fu condannato ad una pena severissima e – almeno per quanto ci risulta – completamente scontata in carcere.
Qui sta l’altra amara differenza: la Giustizia ha avuto sempre due pesi e due misure. Rapida e spietata nel colpire – giustamente – i reati commessi a destra e invece latitante, paralizzata, tardiva o addirittura connivente nelle inchieste sui morti "fascisti". Due pesi e due misure utilizzati anche quanto i morti erano servitori dello Stato: si confrontino le pesantissime condanne, scontate fino all’ultimo giorno, per la morte dell’agente Marino e la mancanza totale di condanne per la morte dell’agente Annarumma: il primo ucciso durante scontri con la destra, il secondo durante scontri con la sinistra.
Vergognoso, in questo senso – anche dopo più di vent’anni – il bilancio delle inchieste sugli omicidi di ventuno appartenenti alla destra politica, cittadini innocenti che hanno pagato con la vita soltanto a causa delle proprie idee e della scelta di militare in un partito che si voleva eliminare con la violenza. In soli due casi: quelli relativi agli omicidi di Ramelli e di Favella gli assassini hanno scontato (seppur in tempi molto diversi e solo parzialmente) la pena inflitta con sentenza definitiva. Nei casi di Recchioni e Giaquinto, uccisi dalle Forze dell'ordine, vi furono condanne irrisorie dei responsabili, senza detenzione. Nei casi dei due fratelli Mattei e di Mantakas agli assassini, pur identificati e arrestati, fu consentito di fuggire all'estero tra una fase processuale e l’altra. Nei casi di Mazzola, Giralucci e Pedenovi i responsabili, identificati molti anni dopo come appartenenti alle BR o a Prima Linea, risultano "pentiti" o dissociati e, pur avendo subìto condanne per numerosi altri fatti di sangue, sono oggi in libertà.
Ma per undici degli omicidi che andremo più avanti ad elencare – ovvero più della metà dei casi – gli assassini non sono mai stati neppure identificati... Essi sono ancora tra noi. Forse, come ci ha insegnato il processo Ramelli, si sono ricostruiti una vita borghese o, forse, si sono suicidati tra droga e disperazione. Ma non è neppure escluso che facciano ancora parte di organizzazioni politiche di quella sinistra che è stata, fino al maggio 2001, alla guida della nazione...

